Ci sono libri che si leggono.
E poi ci sono quelli che arrivano addosso.
Non fanno rumore all’inizio.
Poi, a un certo punto, qualcosa cambia.
E quello che stai leggendo smette di essere una storia.
Diventa un colpo.
È quello che succede con “Bianco come Dio” di Nicolò Govoni.
All’inizio sembra di entrare in una narrazione intensa ma controllata.
Le pagine scorrono, e si ha la sensazione di essere dentro qualcosa di importante, ma non ancora di definitivo.
Poi il libro fa quello che fanno solo alcune storie.
Non ti lascia più la distanza.
Ci sono momenti in cui, leggendo, senti che una frase non sta semplicemente raccontando qualcosa.
Sta toccando un punto fragile.
E lì succede una cosa strana: non stai più seguendo la trama.
Stai reagendo.
A volte è rabbia.
A volte incredulità.
A volte quel silenzio che arriva quando qualcosa è troppo vero per essere commentato.
“Bianco come Dio” appartiene a quei libri che non cercano di proteggere il lettore.
Non smussano gli spigoli.
Ti portano dentro una realtà dura, umana, a tratti quasi insopportabile.
E lo fanno senza chiedere permesso.
Per questo la sensazione finale non è quella di aver “finito un libro”.
È più simile a quando si esce da una stanza e si resta qualche secondo fermi.
Come se il corpo dovesse recuperare l’equilibrio.
Alcune storie non chiedono di essere amate.
Chiedono solo di essere guardate fino in fondo.
E quando succede, qualcosa resta.
Un peso leggero ma ostinato.
—
L’Ultima Pagina

Il libro citato è Bianco come Dio – Nicolò Govoni
È disponibile qui: https://www.ilgiardinodeilibri.it/libri/__bianco-come-dio-govoni-libro.php

Lascia un commento