Ci sono libri che non restano fermi nel tempo.
Cambiano mentre cambiamo noi.
E ogni volta che torni a leggerli sembrano un po’ diversi.
O forse siamo diversi noi.
Ho letto Cime Tempestose di Emily Brontë per la prima volta alle scuole medie, durante le vacanze natalizie.
Non credo di averlo capito davvero.
Ma qualcosa mi era rimasto addosso.
Negli anni ci sono tornata altre volte.
Quattro, forse cinque.
E ogni volta il libro sembrava più grande di quanto ricordassi.
La cosa strana è che non è solo una storia d’amore.
O forse lo è, ma nel modo più inquieto possibile.
Dentro ci sono il vento delle colline, le case isolate, i silenzi lunghi.
C’è qualcosa di oscuro che si muove sotto ogni dialogo.
Una sensazione quasi da racconto gotico.
È come se la storia fosse attraversata da una corrente invisibile.
Heathcliff e Catherine non sono personaggi facili da amare.
Non sono buoni.
Non sono gentili.
Sono assoluti.
Il loro legame sembra qualcosa che non appartiene del tutto al mondo dei vivi.
Come se fosse nato prima della storia e continuasse anche dopo.
Ogni volta che torno a questo libro mi colpisce la stessa cosa:
il paesaggio.
Il freddo.
Il vento.
Le colline.
Non sono solo uno sfondo.
Sembrano parte della storia stessa, come se la terra avesse memoria di quello che accade.
E forse è proprio questo che rende il romanzo così difficile da dimenticare.
Alcuni libri raccontano una storia.
Altri costruiscono un’atmosfera.
Cime Tempestose fa entrambe le cose, ma aggiunge qualcosa di più:
una specie di inquietudine che rimane anche quando chiudi l’ultima pagina.
Come il vento sulle brughiere.
Che non smette davvero mai.
—
L’Ultima Pagina

Il libro citato è Cime Tempestose – Emily Brontë.
È disponibile qui: https://www.amazon.it/Cime-tempestose-Emily-Bront%C3%AB/dp/8807900122/

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